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giovedì 31 ottobre 2013

Fauna appenninica

Lavoro sull'Appennino tosco-emiliano. Mi sposto tutte le mattine da Bologna, in macchina: nebbia, neve, camion. Ma soprattutto fauna. Negli ultimi due anni ho visto di tutto: scoiattoli, istrici, cinghiali, daini o cerbiatti, non saprei distinguere.
L'animale più raro che mi è capitato di incrociare è il mennauò - così lo chiamano da queste parti. Siccome non lo conoscevo, mi sono informato sulle sue abitudini: si tratta di un mammifero che può arrivare fino ai 100 kg di peso; una specie di enorme roditore che vive nascosto tra i boschi, in branchi da tre o quattro elementi. Mentre la femmina provvede all'allevamento dei piccoli, il maschio va a caccia, soprattutto di notte. Dotato di un folto pelo, di colore giallognolo tendente all'arancio, il mennauò si contraddistingue per una fascia cromatica più chiara, sul dorso, che al buio diventa fosforescente. Capace di movimenti rapidi e improvvisi, non teme il contatto con l'uomo. Anzi, spinto dalla ricerca di cibo e materiali di risulta (che utilizza per la costruzione della propria tana), si spinge spesso fin nei piccoli centri montani, o a ridosso delle grandi arterie autostradali. Soprattutto l'A1.  

martedì 8 ottobre 2013

Elogio del caffè americano

Da quando ho visto Twin Peaks, più o meno in primavera, non faccio altro che pensare al "black coffee" in tazza grande, bollente. Lo so, i miei desideri sono modesti, ma così è. Forse si tratta di "desiderio triangolare": desidero quel tipo di caffè perché nella serie tv Annie, la splendida fanciulla di cui si innamora l'agente Cooper,  lo serve con una grazia impareggiabile. Che ne so. Del resto Graham Heather, l'attrice che interpreta Annie, è del '70, e si è fatta decisamente bruttina. 
Ricordo che, quando lavoravo come cameriere ai coffee-break in un prestigioso hotel bolognese, spesso e volentieri servivo "caffè americano" agli ospiti stranieri: era davvero buono, amaro, allungato con un filo di latte.
Ho così deciso di provare a farlo da me, il "black coffee", con la mia macchina espresso. E i risultati sono più che discreti.
Per condividere la mia soddisfazione con il maggior numero possibile di appassionati, divulgo i miei esperimenti: fatevi il vostro espresso in tazza grande, scegliendo una miscela non troppo "forte". Nel frattempo portate ad ebollizione un bicchiere d'acqua, che verserete nella tazza con l'espresso.
Quindi posate la tazza e godetevela con calma: resterà calda per un quarto d'ora buono.

mercoledì 18 settembre 2013

Coming back from London

Torno da Londra con qualche dubbio. Il primo riguarda i semafori: ho pensato e ripensato alla ragione sottile, anzi arcana, che possa giustificare il passaggio dal rosso al giallo lampeggiante prima che scatti il verde. Niente da fare. Non ho trovato la risposta che cercavo.
Il secondo riguarda la catena di fastfood "KFC" (Kentuky Fried Chicken"): l'apoteosi, tutta made in USA, del pollo fritto. Una delizia. Di cui, ahimè, non c'è traccia in Italia. Perché? Anche in questo caso non ho trovato la risposta che cercavo. Però almeno mi sono tolto il capriccio.

giovedì 25 luglio 2013

Alle prese con un Golden Retriever

Lo scorso weekend me ne sono andato a Gubbio, in un agriturismo immerso nella natura. Tutto bene, tutto bello. A parte l’eccesso di natura, ovviamente. Ma così è, l’ho scelto io.
Ho avuto modo di conoscere, tra gli altri, anche Mambo e Rubia, i due Golden Retriever che vivono con Paolo ed Emanuela, i proprietari.
Rubia è una femmina di sette anni, forse otto – non ricordo -, amichevole ma non sfacciata, vigile ma non fanatica: la calma solenne con la quale si aggira in giardino nel suo pelo lungo e fulvo non è mai pigrizia o indolenza, perché quando si è trattato di rispondere, a sera inoltrata, al verso spocchioso di qualche animale, inoltrandosi a rotta di collo nella boscaglia, non si è tirata indietro e anzi si è assunta la responsabilità che compete alla sua esperienza da veterana.
Mambo invece è uno stronzo. È un cucciolo di appena due anni, d’accordo, ma è uno stronzo. Paolo mi ha spiegato che si tratta di un “esemplare alfa”, ovvero di un cane che tende ad avere atteggiamenti dominanti con i suoi simili (e pure con chi non c’entra niente, come me). Per me resta più semplicemente un esemplare stronzo.
Il mio rapporto con Mambo è stato difficile fin dalla prima sera: ero sceso a leggere in veranda e l’ho visto venirmi incontro a zampe levate: ha infilato il muso nel mio borsello e nella borsa della mia compagna; ha leccato il mio libro; ha inghiottito un fazzoletto di carta e si è infilato in bocca pure il pacchetto di sigarette. A questo punto Paolo, allarmato dai versacci strozzati che uscivano dalle nostre bocche per un misto di fastidio e paura, è venuto a soccorerci e gli ha letteralmente estratto il pacchetto dalle fauci, specificando di aver dovuto fare lo stesso, una volta, con uno scorpione ancora vivo!
La mattina seguente Cerbero si è affacciato in piscina: ha dato una slinguazzata ai miei occhiali e annusato per bene teli da mare e infradito; quindi si è concesso il bis sul libro della sera prima, ma non è riuscito a fregarmi il pacchetto delle sigarette, che avevo prontamente nascosto nel borsello, a suo volta sigillato ermeticamente.
Per salutarmi a dovere, mi ha infine rovinato la colazione di domenica: dopo aver tranquillamente consumato il mio pasto, sono uscito in veranda a fumare e ho trovo Paolo intento ad annaffiare placidamente le sue piante: non ho fatto in tempo a dargli il più rilassato dei “buongiorno” che Anubi mi è saltato addosso, appoggiandomi le zampe anteriori sul petto e sbavandomi la maglietta. Di lì a poco sarei partito: non ho dunque avuto tempo di pianificare la mia vendetta. Però, da bravo “beta”, mi sono tolto la soddisfazione del gesto dell’ombrello. Subito dopo aver chiuso lo sportello dell’auto, ovviamente. 

sabato 22 giugno 2013

Contro i balli di gruppo

Alcune confutazioni alla tesi per cui i balli di gruppo sarebbero un momento di divertimento (per di più aggregante).
Innanzitutto non sono “balli”: il termine indica chiaramente movimenti del corpo “a tempo di musica”, non aritmici scossoni prodotti, da fermi, sballottando le anche, dimenando le mani come se si fosse in mare e si chiedessero soccorsi e scalciando come se una serpe si accanisse affamata sui polpacci.
In secondo luogo questi pseudo-riti non sono affatto “di gruppo”: ognuno balla da solo, nei balli di gruppo. Ci si guarda in gruppo, questo sì, mentre si suda, provando a imitare chi dimostra un minimo di coordinazione e soffermandosi incuriositi (nel bene e nel male, per carità) a esaminare chi indugia con le dita su qualche pancia.  

mercoledì 1 maggio 2013

Recubans sub tegmine fagi

Ogni anno giuro a me stesso che sarà l'ultimo. Poi mi lascio puntualmente trascinare, per stare insieme ad amici che non vedo spesso e con i quali mi diverto sempre. Anche stavolta è stato così: partenza in tarda mattinata, abbigliamento "turistico", due o tre teli da stendere a terra, borsa a tracolla con dentro una selezione sbrigativa di pane e affettati, l'immancabile pallone. Tutto bello, tutto bene, soprattutto il percorso in macchina, coi suoi strascichi di urbana comodità.
Poi arrivi al parco e trovi una fiumana di gente che si riscopre bucolica una volta all'anno, esattamente come te. Ti fai strada tra decine di bambini che strillano, a piedi o in bici con mamma e papà. Involontariamente, finisci sulle traiettorie di insetti di tutte le specie, pronti a ronzarti intorno per ore, e ad appoggiarsi indolenti sulle tue gambe ignude, non appena ti sarai sdraiato in cerca di riposo!

D'accordo, io sono un caso particolare, patetico: tra le altre cose, non so stare seduto all'indiana, faccio una fatica indescrivibile a tenere quella posizione e quindi non mi rilasso affatto. Mangio quindi nervosamente; mi dà fastidio il sole in faccia; non ho caffè; l'acqua diventa presto calda; la birra, diventata calda, è imbevibile. Nel frattempo è scoppiata l'allergia, ho anche iniziato a sudare e starnutire; fili d'erba e briciole di pane mi camminano dappertutto.
No, io sono fatto per le distese di asfalto, cemento e mattoni.
Buon primo maggio.   

giovedì 28 febbraio 2013

Negozi imbarazzanti: il ferramenta (3)

Ora, per fortuna, non ho più il mio “ferramenta” di fiducia (la fiducia che lui riponeva in me per i suoi guadagni). Parlo del negozietto che stava a un tiro di trapano, nel quartiere in cui ho abitato fino all’estate di due anni fa. Le mie visite erano frequenti, compulsive. Quando non sapevo che fare, andavo lì, a vedere la vetrina: dovevo forzarmi a non entrare, perché in un piccolo esercizio commerciale non si entra se non per comprare. Il titolare è un uomo sulla sessantina, piuttosto gentile e affabile. Ricordo coltissime disquisizioni sui rischi di calo del segnale dell’antenna. Ricordo declamazioni eruditissime sui vantaggi della colla a caldo rispetto a quella a freddo. Soprattutto sulle pareti a buccia d’arancia. Quell’uomo era per me un maestro: mi sarei arruolato per lui. Spesso e volentieri, però, al bancone ci trovavo una ragazza, tutt’altro che simpatica. È stata lei, sacerdotessa inviolabile di quel sapere da casta, in completo disaccordo con la visione illuministica del mestiere che aveva il titolare, a far sì che io nel tempo riducessi al minimo le mie visite al negozio. È merito suo, in definitiva, se alla fine sono uscito dal giro. Ogni volta che aprivo la porta in anticorodal grigio e c’era lei, uno sguardo schifato si posava su di me e le irrigidiva la postura. Ho provato spesso a immaginare cosa dicesse a se stessa vedendomi entrare: “Cosa diamine non sa aggiustare, stavolta?”. Ma non è tutto. Questa donna, probabilmente abituata a trattare clienti esperti, coi quali il colloquio si limitava, per volontà bilaterale, alla resa dell’oggetto desiderato e alla liquidazione del compenso dovuto, ha sempre lesinato le parole di cortesia. “Buongiorno” per lei era la catena consonantica “B-G-N”; lei non diceva, che ne so, “sono nove euro e venti, grazie!”: lei ti guardava impaziente, convinta che tu avessi a tua volta guardato il display della cassa e avessi già pronta la banconota da dieci e i venti centesimi per il resto. È capitato che, avendola riconosciuta, io sia uscito dal negozio e sia tornato a casa a imparare a memoria, su internet, i nomi degli oggetti che mi serviva comprare. Utilizzando motori di ricerca per immagini, s’intende. "Mi servirebbe quel pirulino a T, che permette di trasformare, cioè di inserire la presa nella spina, anzi volevo dire la spina nella presa, mi scusi, con il filo rivolto verso il basso, parallelo alla parete, per evitare che sporga troppo, perché se no non riesco a metterci davanti un mobile” questo è stato il discorso che, a buona ragione, l’ha allontanata per sempre da me. La Caporetto della retorica del ciappinaro. Una disfatta della coscienza, come darle torto. Finì che con lei, se c’erano due prodotti a mio giudizio equivalenti, sceglievo facendo a tocco, o comprando il più costoso, convinto che sarebbe stato per forza migliore. Non le ho mai più chiesto un consiglio o, tantomeno, una soluzione. Ci congedammo per sempre con l’acquisto del mio ultimo stendino, quello senza ali: terreno sul quale non le avrei dato noia, perché mi sentivo in una botte di ferro. Anzi, di alluminio plastificato. 

martedì 19 febbraio 2013

Negozi imbarazzanti: il ferramenta (2)


Soddisfazione di bisogni non necessari, dicevo. Che dovrebbero rendere più facile la tua vita (in effetti spesso lo fanno), ma che allo stesso tempo provocano la “sindrome del guanto”. Si tratta di una particolare turba psichica, che ti spinge a credere che ogni cosa debba essere rivestita e custodita in un contenitore. Negli anni ho comprato di tutto: il porta-sacchetti, il porta-sapone per i piatti, il porta-spugna per i piatti da appiccicare alle piastrelle (che puntualmente viene giù lasciando residui di silicone dappertutto). Per non parlare degli utensili da cucina: il trita-formaggio a pile o a manovella (che produce pallotte, non polvere di parmigiano); l’affetta-verdure con lame diferrenziate (diffidate da questo aggeggio: vi rimarrà sempre un quarto di zucchina da affettare col coltello, se non volete perdere le falangi); il raccogli-briciole manuale che, più che raccogliere briciole, le sposta. Per non parlare dei recipienti da sale, zucchero e caffè, fatti apposta perché ti rimanga un po’ di sale, zucchero o caffè nella confezione che hai acquistato. Questi sono solo alcuni dei più probabili incidenti di percorso in cui si imbatte chi si ritrova d’un tratto a vivere da solo. Tuttavia, la macchina più perversa che sia mai passata dalle mie mani resta quella: l’asciuga-insalata. Una minilavatrice in cui dovresti prima sciacquare e poi centrifugare l’insalata, come se a servirla in tavola spruzzata d’olio, d’aceto e anche di un po’ d’acqua si commettesse chissà quale gravissimo sacrilegio. Quando ero arrivato quasi al punto di guarire dalla “sindrome del guanto”, sono passato, senza volerlo, dalla padella alla brace, ovvero dal ferramentismo nomade al ferramentismo sedentario: ho detto basta alle giornate perse a ridosso della tangenziale, per capannoni enormi, freddi e anonimi. Ma ho trovato un piccolo negozio di ferramenta vicino casa. Anzi è lui che ha trovato me. Ed è diventato il mio piccolo santuario quotidiano. 

lunedì 18 febbraio 2013

Negozi imbarazzanti: il ferramenta (1)


Mio padre mi mandava ogni tanto a comprare qualcosa “alla ferramenta” vicino casa. Ero piccolo e impacciato, e lui, per non sbagliare (e per salvarmi dall’imbarazzo che avrebbe annullato il valore formativo dell'esperienza) mi metteva in una mano il pezzo che gli serviva e nell’altra una banconota da cinquemila: «Vai e fatti dare ‘questo’». Io arrivavo al negozio, aspettavo che il titolare si manifestasse dal retrobottega e, dopo la sua epifania, mi alzavo sulle punte dei piedi (il bancone, oltre che logoro e antiestetico, era ovviamente anche molto più alto di me ) e gli mostravo il contenuto che custodivo nell’una e nell’altra mano. Quindi portavo a casa la mia conquista silenziosa: viti, dadi, chiodi, fili, tutte cose minuscole, incartocciate nelle pagine lucide dei settimanali; avrei potuto facilmente perderle per strada, ma non me le facevo scappare dalle tasche. 
Bei tempi, quelli: il titolare conosceva mio padre e mi trattava con benevolenza. 
Poi, con l’iscrizione all’università, quando ho abbandonato il collegio per trasferirmi in un appartamento, tutto è irrimediabilmente cambiato: ho iniziato da subito una lunga serie di pellegrinaggi per mesticherie, grandi magazzini del fai da te, industria pesante dell’acciaio. Tutto alla ricerca di pezzi da montare in altri pezzi al posto di pezzi inutilizzabili. In un appartamento c’è sempre bisogno (e se non c’è te lo fai venire) di “ferramenta”. Ne sono certo: quando i titolari di questi negozi inizieranno a investire sull'estetica dei banconi; quando daranno un po’ di luce alle pareti dei loro locali; quando sceglieranno una melodia più accattivante per il campanello che li avvisa dell’ingresso di un cliente… essi conquisteranno il mondo a colpi di trapano. Già, perché per il momento conducono ancora un’esistenza eremitica, sdegnosa delle lusinghe mondane, dedita alla conservazione e trasmissione di quel sapere sacrotecnico custodito in misteriosi annali. 

domenica 27 gennaio 2013

Negozi imbarazzanti: la pasticceria

Ci sono certi negozi in cui faccio fatica ad entrare. Il primo che mi viene in mente è la pasticceria. Ora: io non capisco perché, se vai dal gelataio a comprare una vaschetta di gelato, ad ogni gusto o qualità corrisponde un nome preciso (“quest’oggi ho proprio voglia di croccantino!”, puoi dire, anche se non hai la minima idea di come sia fatto il croccantino); mentre un pasticciere non ti vende cose identificabili, ma esseri viventi indifferenti alla storia, nichilisti e plutocratici, e soprattutto senza nome. Mentre varchi la soglia della porta inizi a sudare: hai paura di dover pronunciare qualcosa in francese, con tutte quelle e chiuse alle 12 del mattino, appena sveglio (perché è domenica, s’intende). Quasi quasi rinunceresti, ma non puoi, perché non si va ospiti senza portare nemmeno un presente e il fioraio è già chiuso e in zona non c’è uno di quei gelatai poco sofisticati, oppure c’è, ma siamo a Dicembre e l’ultimo fior di latte prodotto è di Ottobre. Entrato, dopo pochi passi ti trovi di fronte una vetrina larga sei metri, alta due e profonda tre.
Tu ti aggiri impaurito alla ricerca di segnaletica standard, nella speranza di riconoscere quelle due o tre “specie” di pastarelle di cui conosci il nome latino (cassatina siciliensis, per esempio); ma un’attempata signora ha già iniziato a scrutarti con disprezzo e, senza che tu faccia in tempo ad accorgertene, ti ha già fregato: il tuo "sto scegliendo”, infatti, equivale a “compro, compro, non si preoccupi, mi dia almeno una ventina di secondi”. Nel frattempo, ovviamente, il negozio si è affollato di una dozzina di espertissimi uomini della domenica: sono tutti dietro di te, quasi ti palpeggiano, hanno fretta, con la macchina in doppia fila, le quattro frecce e i quattro figli accesi. Purtroppo per te, quel giorno non ci sono le tue cassatine o gli innocui cannoli. No, quel giorno, al banco della pasticceria, ci sono solo esemplari in via d’estinzione. Tu ignori tutto di loro: potresti essere allergico ai loro ingredienti. Sei talmente spaesato che non riesci più a distinguere dove finisce la crema e dove invece inizia lo stampino. Cerchi di prendere tempo: “signora, non vedo diplomatici”. Hai imparato questo termine all'ultima festa di laurea, diversi anni fa, e te lo sei segnato sull’agenda, ma la signora in nero risponde piccata: “no, la diplomatica non c’è”, sottintendendo 'pezzo d’un caprone squattrinato'.  A questo punto sei già in preda ad una crisi d'ansia: divorato dalla vergogna ti viene in mente di gridare “fermi tutti, questa è una rapina” e portarti via la cassa; almeno penseranno che stavi fingendo di comprare e che sei in realtà un delinquente senza scrupoli, uno forte insomma. Ma non puoi farlo, perché la dozzina di accademici che è alle tue spalle è talmente incazzata con te che ti placcherebbe all’istante e ti prenderebbe volentieri a pugni. Senza più ritegno, ormai, inizi a dire quello che in quel negozio è concesso solo ai bambini più facoltosi: punti l’indice e inauguri una serie di “mi dia uno di questi”, con gli occhi bassi e un filo di voce. Per te ogni pezzo è “uno di questi”; così facendo, però, involontariamente susciti l’ira funerea della tetra signora che, in cerca di una tua conferma con la testa, è costretta a puntellare con la pinza le sue infinite schiere di dolcetti,  rompendo per sempre l’ordine geometrico della sua vetrina. A un certo punto, presa dalla smania di liquidarti, inizia a incalzarti: “ci mettiamo anche due di questi?” e tu non puoi che annuire inerme. Prendi di tutto. Quando è a metà dell’opera, lo spettro in gonnella proferisce le ultime, arcane parole: “quanti ne facciamo”? Tu vorresti utilizzare un numero naturale maggiore di zero, come il “15” (siamo cinque, tre a testa), ma sai che non puoi dire così. E inizi a rimuginare: dovrò esprimermi in metri? In litri? In etti? In ampere? Le pensi tutte. Poi dici: “un pochettino di più di una dozzina, aggiungendo – sventurato! – “siamo cinque, più o meno tre a testa”. E lei, incrociando lo sguardo compiaciuto della folla imbestialita alle tue spalle, ti risponde: “ma in questo vassoio sono pochini”. Se anziché accatastarli in verticale su metà dell’ettaro di superficie disponibile li avesse lasciati pascolare allo stato brado tu ora saresti salvo. Ma non puoi in nessun modo permetterti di chiederle di passare a un vassoio più piccolo e così le dici, con l’ultimo orgoglio rimastoti in faccia (e in tasca) “e allora lo riempia di questi altri, faccia lei”, concedendole il tanto atteso trionfo: un kilo e due di pasticcini per un totale di 26 euro.

giovedì 24 gennaio 2013

Un annuncio

«Aspirante romanziere cerca soggetti minimamente avvincenti per avviamento trame complicate. Garantite prosa discreta e vasta gamma di dettagli accessori». Questo sarebbe un annuncio perfetto per me. Avrò scritto le pagine iniziali di una decina di romanzi: tutte lasciate lì, senza un seguito. E il problema è sempre lo stesso: lo sviluppo del soggetto. Riesco a immaginare gli aggrovigliati pensieri, ma anche le movenze, il tono della voce, o addirittura il colore e il disegno degli abiti dei miei potenziali personaggi. Ma mi è sempre mancato il plot. Mi farebbe comodo lamentarmi della mancanza di concentrazione, di tempo, di energie. Forse chi scrive romanzi non si concede distrazioni. O se ne concede molte di più. Non è nemmeno una questione di visione d’insieme, di intuizione di fondo e cose del genere. Semplicemente ho scarsa fantasia narrativa. Insomma i miei personaggi saprebbero scegliere cosa fare, con determinazione, in ogni situazione; ma io non so indicare loro fra cosa scegliere e in quali situazioni. Certo, è possibile, studiando, costruire un soggetto secondo schemi “industriali”, ovvero in qualche modo predefiniti e pressoché infallibili. Ma così non c’è gusto: meglio tenersi il problema. E rinunciare a scrivere romanzi.

domenica 20 gennaio 2013

L'importanza degli avverbi di tempo

«Dio mio, ma con chi si identifica un autore? Con gli avverbi, è ovvio». Così Umberto Eco nella postfazione alla settima edizione de Il nome della rosa. Bistrattati a scuola, dove si studiano, quando si arriva a studiarli, alla fine della fine del programma di morfologia  (sono secondi, per infamia, solo alle interiezioni); trattati con eccessiva sufficienza nel linguaggio di tutti i giorni, in cui funzionano troppo spesso da intercalare, gli avverbi ci dicono, al minimo, dove e quando avviene ciò di cui parliamo. In realtà, essi rappresentano a tutti gli effetti lo scarto esistente tra il dire e il condire.
Ce ne sono però alcuni davvero antipatici: per mettere subito le cose in chiaro, su questo blog è  inderogabilmente messo al bando l'avverbio “praticamente”. Questa avversione risale ai tempi del liceo: il mio docente di lettere non tollerava che si usasse questa parola, del tutto inadatta, a suo avviso, ad ogni discussione letteraria. Nel tempo ho fatto mia la sua repulsione, sforzandomi di cercare soluzioni espressive alternative, più consone, quando mi addentro in questioni per così dire “poco fisiche”: in effetti e in poche parole hanno finora dato ottimi risultati. Sarà invece caldamente incoraggiato l’uso degli avverbi di tempo: le idee cambiano e la parole sono spesso costrette a inseguirle.

sabato 19 gennaio 2013

Perché un (altro) blog?

Mi sono chiesto più volte, prima di iniziare, perché volessi aprire questo blog e confesso di aver avuto qualche incertezza, a partire dall’uso del verbo “aprire”. Vanità? Già, vanità. Ho pensato che in fondo resta una patina opaca di vanità persino sulle linee che traccio col dito sulla sabbia, quando sono al mare e mi estranio da tutto ciò che fa rumore attorno a me. Mi aspetto che esse restituiscano un ordine esplicito alla mia immaginazione e si congratulino con me per la forma che hanno ricevuto. Tuttavia la vanità non basta, se si vuole spiegare la scrittura, o meglio, non volendo confondere fra cause ed effetti, l’origine della scrittura. La vanità non può essere incriminata di tutto, tanto meno di condurci al primo parto sintattico. In un certo senso ho bisogno di questo blog. Esso rappresenterà per me una forma di autodisciplina del pensiero e, soprattutto, della comunicazione. Un esercizio che mi costringa a un metodo.
Mi sono chiesto un'altra cosa, prima di iniziare, mettendomi, per così dire, dall’altra parte dello schermo: se sia giusto o meno aggiungere, nello spazio infinito della rete, l'ennesimo tassello sostanzialmente inutile all’ipetrofico universo della scrittura. E mi sono detto che sarebbe davvero difficile essere certi dell’utilità di ciò che si scrive. In fondo aprire un blog – sono tornato al verbo di partenza, che ancora non mi piace – è un atto di piacevole violenza che riservo a me stesso e a quei pochi che sceglieranno di passare da qui.