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giovedì 1 maggio 2014

"...cum grande humilitate"

Non starò ad attaccare Bertone sul merito della questione ("malevola") sollevata da Repubblica qualche giorno fa: che viva in un attico di settanta, trecento o settecento metri quadrati non mi interessa; del resto servirà pur a qualcosa essere un Cardinale, o no? Vorrei però soffermarmi sulla logica delle sue confutazioni. "L'appartamento spazioso, come è normalmente delle residenze del Vaticano, e ristrutturato (a mie spese), mi è concesso in uso e dopo di me ne usufruirà qualcun altro": queste sono le parole con cui si difende il prelato. In pratica dice che per le alte sfere della Santa Sede è normale vivere nel lusso; che lui non ci ha rimesso poi tanto, perché l'ha soltanto ristrutturato; che quando deciderà di andar via... l'attico finirà tra gli immobili da destinare alla locazione popolare, oppure sarà abitato da un altro pezzo da novanta del clero. Forse Bertone non ha capito che non deve difendersi da un'ingiunzione di pagamento notificata dai legali del Santo Padre. Il risentimento popolare, giusto o sbagliato che sia, non va tanto per il sottile. A chi protesta - e a questo punto inizio a pensare che i figli di Santa Madre Chiesa saranno accondiscendenti verso il proprio pastore - appare sconveniente che lui viva così. E punto. E che non se ne rammarichi, nemmeno se pungolato, ma anzi lo dia per scontato, accampando motivazioni piuttosto deboli per difendere uno stile di vita che, almeno in apparenza, lo stesso Pontefice si è impegnato a criticare. 

sabato 29 marzo 2014

Obama e il Colosseo


Dal Presidente degli Stati Uniti in visita al Colosseo di certo non ti aspetti chissà quale spunto di riflessione sull'architettura d'età imperiale. Però bisogna ammettere che Barack Obama poteva fare decisamente di meglio: "è più grande di un campo da baseball", avrebbe affermato stupito a chi gli chiedeva un parere sull'Anfiteatro Flavio. Lasciamo perdere la questione dell'ossessione per le dimensioni. Però, dico io, passeggi dentro a un'arena che sta in piedi da circa duemila anni e davvero non ti viene nient'altro da dire? Allora, se è per questo, il David è più alto di Joe DiMaggio e la circonferenza del seno della Venere di Botticelli è sicuramente inferiore a quella di Marylin Monroe.

mercoledì 19 febbraio 2014

Renzi e i ministri

Il giornalismo, si sa, vive di prestiti. Linguistici, per carità. E in questi giorni frenetici, in cui il presidente del Consiglio incaricato è in procinto di formare il nuovo governo, sui quotidiani italiani spadroneggia il lessico sportivo. Così, se Delrio "resta in corsa", Tabellini è "in pole" per il dicastero dell'Economia. Niente da eccepire, in fondo. Però l'abuso dell'espressione "toto-ministri", questo sì, un po' infastidisce: perché ha il sapore dell'estrazione del lotto, o giù di lì. A voler essere pedanti, non si può andare al microfono e dire che la "squadra" è pronta e poi indugiare così tanto sull'assegnazione della poltrona più delicata, quella dell'Economia, il cui titolare, a quanto pare, verrà scelto all'ultimo, che ne so, forse in "zona Cesarini".

venerdì 17 gennaio 2014

A proposito di suffragio universale...

Per alcuni dei concorrenti de "L'eredità" Hitler fu cancelliere nel 1979, e l'Italia è una Repubblica democratica fondata sulla famiglia. Pace all'anima loro.Anzi no, perché per fortuna l'utente medio di Facebook e Twitter, che da decenni si occupa di contrastare il declino culturale del paese, nella convinzione di sottrarre all'oblio l'opera dei padri costituenti, ha giustamente scatenato un'offensiva senza precedenti contro la barbarie dilagante che investe la generazione dei trentenni di oggi. Andrea Scanzi, giornalista de Il fatto quotidiano, ha deciso di rincarare la dose, licenziando un post finalmente coraggioso: "Niente, dai: gli italiani non possono permettersi il suffragio universale. Bisognerebbe dare il patentino, prima di votare. O rispondi (bene) a tre domande di educazione civica, o al massimo voti al Grande Fratello" [...].
Che dire di più, per giovare alla nobile causa dell'eugenetica della "partecipazione"? Che mi sono davvero "rotto le palle di questi ignoranti compiaciuti e ridanciani" che pretendono di sottoporre al vaglio delle "cuffie e del minuto di tempo" secoli di lotta per l'emancipazione; che pretendono di resuscitare Mike Bongiorno e attribuirgli il compito di sequestrare qua e là qualche tessera elettorale; che pretendono, soprattutto, di convincerci che fosse meglio nel 1861, quando, alle prime elezioni per la Camera dei Deputati, gli elettori venivano "selezionati" secondo criteri di censo e capacità.
Perché se davvero così fosse, se davvero votare non fosse un diritto inalienabile, anche degli ignoranti, che non per questo sono indegni di essere rappresentati, allora lui, l'utente medio di Facebook e Twitter, anche quando fa il giornalista, non dovrebbe poter dire la sua nemmeno al televoto per il Grande Fratello. Nemmeno se fossimo ancora nel 1861.

lunedì 18 novembre 2013

Questioni metafisiche

L'altro giorno hanno bussato alla mia porta due testimoni di Geova.
A dispetto della fama che li precede, ho sempre trovato che siano persone a modo. Le loro visite, infatti, non mi hanno mai disturbato più di tanto: insomma non sono mai risultati invasivi quanto, ad esempio, i poveri impiegati dei call center, che se non vengono mandati a quel paese con le brutte non mettono giù; o quanto la direzione commerciale di alcune case automobilistiche, che di recente mi hanno tormentato di chiamate ad ogni ora del giorno, tutti giorni, per un bel mesetto, per il sol fatto che avessi fatto dei preventivi in concessionaria.
Dicevo quindi che i testimoni di Geova sono persone per bene: hanno bussato, ho detto che non mi interessava, mi hanno chiesto il permesso di lasciarmi un volantino e hanno cortesemente salutato. Un gradino sopra quelli di Lotta Comunista, che passano da casa per vendere il giornale e però pretendono di parlare di capitalismo finanziario mentre hai la frittata sul fuoco.
Ho letto per curiosità il volantino che mi è stato lasciato: un misto di illustrazioni da manualetto del catechismo, citazioni pseudo-colte della Bibbia, sondaggi.
Ma soprattutto una domanda inquietante a fare da titolo: "I morti possono tornare a vivere?". Ora mi chiedo: fra tutte le questioni metafisiche che un rito può porsi e porre... non ce n'era una più accattivante, più urgente, più spendibile nella vita di tutti i giorni?
Cioè, se proprio dovessi entrare in crisi mistica e sentire il bisogno irrefrenabile di abbandonarmi ad una confessione, secondo loro partirei proprio da lì? Da quella domanda? La scelta mi è parsa davvero infelice, soprattuto se si considera che hanno da poco ripreso a trasmettere le puntate di The walking dead. 

domenica 4 agosto 2013

Fateci la grazia

Berlusconi è appena stato condannato e passerà le sue vacanze aspettando di sapere per quanto tempo sarà interdetto dai pubblici uffici.
A rigor di logica, questa non sarebbe propriamente la posizione ideale per dettare o minacciare un fico secco, eppure a destra si invocano rivolte di piazza e plebisciti popolari. "Siamo tutti pronti a dimetterci" (Alfano); "L'Italia rischia davvero una forma di guerra civile, dagli esiti imprevedibili per tutti" (Bondi); "Dobbiamo chiedere al più presto le elezioni per vincere" (Berlusconi).
Il cavaliere e i suoi scudieri dimenticano un paio di cose importanti, che sarà bene rinfrescare anche ai vertici del Partito Democratico: innanzitutto il segretario Alfano ha accettato di formare il governo Letta per il "bene del paese" (almeno, questa è stata la retorica sventolata anche a destra dopo le eleizoni); farlo cadere sarebbe dunque un grave gesto di irresponsabilità nei confronti della cittadinanza, che con le sentenze non c'entra nulla. E che forse si è anche un po' rotta le scatole delle paranoie di un perseguitato.
Come si può, inoltre, desiderare di andare alle urne con il proprio attaccante di sfondamento infortunato e senza aver deciso ancora chi prenderà il suo posto in campo?
A me sembra che l'unica cosa in grado di mantenere a galla il Pdl, per il momento, sia proprio il rinvio del voto. Indispensabile a far "scadere" l'interdizione a Berlusconi o a riorganizzare il partito.
Infine, Bersani ha finalmente detto una cosa intelligente: è necessario che "il Pd prenda una posizione univoca e parli con una voce sola davanti a un passaggio che è di grande rilievo". Intelligente, appunto;  non verosimile.

giovedì 18 luglio 2013

Notizie per animali patetici

Chi legge l'edizione online del Corriere della sera è chiamato a indicare, a fondo pagina, la propria "risposta" (se preferite, il proprio "feedback")all'articolo letto. 
Le opzioni proposte descrivono stati d'animo organizzati secondo uno schema tendenzialmente binario: "indignato", "soddisfatto", "triste", "divertito", "preoccupato". Mancherebbe, per chiudere il cerchio, soltanto la voce "rassicurato".
Il messaggio che se ne ricava è molto semplice: una notizia (o un'opinione) non può suscitare altro che reazioni emotive. Non si chiede quindi al lettore se trova, che ne so, attendibile o condivisibile quello che legge. Ma solo se si sente in qualche modo commosso o divertito dalla lettura.
La retorica di via Solferino si preoccupa insomma di movere e di delectare, e ci considera animali patetici, non esseri pensanti. Non c'è traccia di ciò che attiene alla trasmissione di un'informazione o all'invito al ragionamento: in una parola, al docere. 
Quanto a me, per avere una vaga idea dei gusti dei miei venticinque lettori e per offrire una forma di partecipazione minima all'attività di questo blog, venendo incontro alle esigenze dei pigri e dei timidi, ho scelto due categorie di giudizio molto più elementari: "interessante" e "non interessante". Mai avrei detto di poter far meglio di una testata nazionale. 

sabato 11 maggio 2013

Pacificazione

Poco dopo l'emissione della sentenza di condanna (per Silvio Berlusconi) nel processo Mediaset, Mariastella Gelmini ha dichiarato che la decisione dei giudici "non aiuta il clima di pacificazione che dovrebbe instaurarsi tra le forze politiche"
Premesso che appartengo alla schiera di quelli che non hanno voluto fare dell'antiberlusconismo l'unica (e nemmeno la più feroce) battaglia di ciò che rimane della sinistra, ammetto che stavolta la sortita del paladino di turno di re Silvio mi ha alquanto sorpreso. C'è qualcosa di nuovo in questa dichiarazione. Già, perché io, come tanti altri, sono stato "formato" in maniera diversa. La tesi "basta perseguitare B.!", finora, si basava su due argomentazioni principali: 1) la magistratura vuole abbattere B. perché gli avversari politici non riescono a batterlo sul campo 2) bisogna guardarsi dal procedere contro uno che ha il consenso di dieci milioni di elettori.
Entrambe hanno trovato peraltro, anche stavolta, puntuale espressione nelle parole di Schifani e Santanchè.
L'ex Ministro della Pubblica Istruzione ha inaugurato invece un percorso nuovo, in linea con il percorso politico "nuovo" sancito dal governo di larghe intese. In sostanza si sostiene che le sorti dei processi contro B. determineranno in maniera diretta le sorti del Governo. Nelle ultime ore, tiepide smentite hanno provato a smontare quest'assunto. Il Pd, dal canto suo, tace. Eppure avrebbe parecchio da dire.
Provo a suggerire un paio di obiezioni: 1) far dipendere le sorti del governo dall'esito di un processo significa sovrapporre, anzi intersecare, due poteri indipendenti (giudiziario ed esecutivo), contraddicendo così quella stessa dialettica della "garanzia" che negli ultimi anni è stata più volte invocata dall'entourage di B. 2) questo governo è stato costruito per salvare il paese dalla catastrofe, dunque legare il mandato di Letta all'esito dei processi di B. equivale ad anteporre interessi personali al benessere della collettività.
Per carità, io non direi mai niente del genere, ma a sinistra non hanno ancora imparato che ogni affermazione risparmiata è un'affermazione regalata all'avversario. 

domenica 28 aprile 2013

Di quale "scopo"?


Berlusconi - dicono - può far cadere la “creatura” quando vuole, senza nemmeno sporcarsi la faccia. Eppure, in fondo, non gli conviene, almeno nel breve periodo. La disponibilità di re Silvio nei confronti del Pd (e del Pd nei confronti del Pdl) ha le sue ragioni politiche: l’obiettivo numero uno è disinnescare Grillo, il grande spettro della sinistra e della destra italiane. Sfidandolo proprio sul terreno dell’inciucio. Serve dimostrare alla gente che ciò che l’immaginario collettivo identifica ormai come “irrimediabilmente marcio” forse può fare qualcosa di buono. Volti nuovi, molte donne, età media bassa, un ministro di colore: tutto contribuirà a riavvicinare “il popolo” ai due grandi partiti nazionali. Ovviamente serviranno anche buoni provvedimenti e un allentamento della morsa in cui ci tiene stretti la crisi. Per questo bisognerà bussare all’Europa. Assunzioni, crediti alle imprese, abbassamento della pressione fiscale: tutto ciò potrebbe cancellare il M5S dai cartelloni elettorali, al prossimo giro.
Il Pd - dicono - è molto più “esposto” del Pdl, per la natura per così dire più “esigente” del suo elettorato, che mal digerisce l’accordo. Vero; e per aggirare questo problema, la soluzione è fin troppo semplice: scindere il Partito Democratico, con una parte che resta al governo ed una che va all’opposizione. 

mercoledì 24 aprile 2013

Voto di in-coscienza

Matteo Orfini (Pd) ha recentemente dichiarato che il voto di fiducia al prossimo governo, a suo dire, dovrà essere un "voto di coscienza".
Insomma scegliere le persone a cui affidare il Paese non sarebbe, secondo il deputato, una questione di strategia politica, ma di personale concezione del bene e del male. In linea teorica, ogni voto è un voto di coscienza: nessuno chiede, su una questione così importante, "una" visione comune delle cose; soltanto, l'espressione di una prospettiva condivisa, anche solo in superficie, anche solo a maggioranza. 

sabato 20 aprile 2013

La carica dei 101


La bocciatura di Prodi al Quirinale è costata cara al segretario del Pd: Bersani ha dimostrato di non avere il controllo del partito. 
Eppure, da quando è stato fondato il PDS, non ricordo un solo segretario che avesse il “controllo” del partito, nel senso di un consenso unitario a un progetto politico unitario. Dunque non è questo l’errore principale che gli attribuisco. E vorrei fare un distinzione.
La gestione delle trattative per la formazione di un governo è stata, a mio avviso, per lo meno ballerina. Lo dimostra l'ormai celebre lettera a Repubblica, pubblicata qualche giorno fa, in cui Bersani sfoggiava una scarsa lucidità politica: "Ci vuole un governo, certamente. Ma un governo che possa agire univocamente, che possa rischiare qualcosa (...). Non un governo che viva di equilibrismi, di precarie composizioni di forze contrastanti, di un cabotaggio giocato solo nel circuito politico-mediatico".
Venendo invece alla "partita del QUirinale", la candidatura di Marini lasciava intravedere un minimo di senso, con buona pace di chi ha gridato all’inciucio: l’ex segretario della Cisl, infatti, era ed è tuttora gradito al centrodestra, con il quale il Pd deve necessariamente confrontarsi, almeno per l’elezione del capo dello stato. Con il “peso” politico che Pd, Pdl e M5S hanno in Parlamento, nessuno (tanto meno Bersani) può avanzare particolari diritti di investitura. Questo è un dettaglio che bisognerebbe spiegare proprio a chi ha gridato all’inciucio: il Presidente della Repubblica va eletto, non si può "tornare al voto", posto che tornare al voto per la formazione di un nuovo Parlamento sia cosa degna in democrazia. Dunque, bisognava tentare la strada della condivisione. 
Non conosco gli altri nomi presenti nella rosa dei papabili “offerta” a Berlusconi: Marini forse non era il candidato "ideale", ma era senza dubbio un candidato necessario. Quando si è trattato di votare per eleggerlo, però, i renziani hanno posto il veto. La domanda che mi pongo è la seguente: Marini è saltato perché ai renziani non piaceva lui o perché i renziani non accettavano la cosiddetta figura di “consenso trasversale”? In quest'ultimo caso si poteva (doveva?) intuire che qualcuno, all’interno del partito, si muovesse non per l’interesse del paese ma per far saltare la segreteria. E Bersani avrebbe dovuto dimettersi allora, prima del quarto scrutinio e non dopo.
Veniamo a ieri pomeriggio. La candidatura di Prodi era improponibile, perché sgradita al Pdl e persino al M5S. La scelta dell’ex Presidente del Consiglio rappresentava infatti un’inammissibile forzatura “identitaria”, oltre che un atto di grave incoerenza strategica con le operazioni condotte il giorno precedente. Con questo errore si interrompe la catena dei passi falsi compiuti da Bersani in questi cinquanta giorni di stallo dopo il risultato delle urne.
Paradossalmente la carica dei 101 franchi tiratori ha evitato che prevalesse l’opzione dell’arrocammento: un’opzione debole e infruttuosa. Per il paese, prima che per il partito. Da ieri sera in avanti, però, la responsabilità del fallimento andrà per lo meno condivisa con chi, non votando Marini, ha voluto sacrificare il bene del paese nel nome dei giochi di potere interni al partito. Con chi ha voluto a tutti costi far saltare la segreteria. Queste persone dovranno dare conto delle proprie scelte quando si arriverà, presto o tardi, all’elezione del Presidente della Repubblica. Soltanto la convergenza su Rodotà salverà i renziani e, più in generale, l’opposizione a Bersani all’interno del partito. Chi ha remato contro, infatti, dirà che si doveva semplicemente cambiare alleato. In caso contrario, farà meglio a tacere.

martedì 9 aprile 2013

Il diavolo e l'acqua santa


Premessa: esiste la sinistra ideologica; esiste la sinistra dei partiti; esiste la sinistra della piazza (del forum?). Di quest’ultima provo ad analizzare umori e convinzioni, convinto del fatto che siano sempre più il risultato, decisamente posticcio, di una mescolanza indefinita di superficialità e bigottismo. Trovo piuttosto ingenua, ad esempio, l’indignazione di chi sbraita sulle “larghe intese” con Berlusconi. La giudico addirittura immorale quando mi accorgo che serve a presentare Matteo Renzi e i suoi come corrotti artefici di un malizioso ammiccamento tra destra e sinistra, anzi tra Berlusconi e sinistra. Non m’importa discutere se sia giusto o utile al Paese, o a una sua parte, far dialogare il diavolo e l’acqua santa. Soltanto mi sembra che i due l’abbiano già fatto, e pure di recente, e per un bel pezzo. Votando ad esempio le stesse leggi “lacrime e sangue” confezionate dal governo "tecnico". Nessuno si è scandalizzato della convergenza fra destra e sinistra su un programma condiviso, durante il governo Monti. Era una situazione d’emergenza, ti dicono. Come se non si dovesse distinguere fra destra e sinistra proprio nelle situazioni d’emergenza. O come se oggi, invece, l’emergenza sia passata. 

venerdì 29 marzo 2013

Nel nome della responsabilità


Il leader del Pd chiede al Parlamento uno sforzo di responsabilità: insiste sulla necessità di formare un esecutivo “politico” in grado di risolvere le emergenze interne ed esterne del paese, evitando una pericolosa impasse politico-istituzionale. La dialettica della “responsabilità” ha però i suoi rischi (e i suoi limiti). Il M5S continua ad essere trattato con eccessiva sufficienza: a una forza che ha ottenuto, più o meno, lo stesso consenso di chi è stato incaricato di formare il governo, si chiede di snaturare la propria vocazione antipartitica sostenendo un governo presieduto da uno dei principali idoli negativi di Grillo. Contemporaneamente, si pretende che il Pdl, che non ha ottenuto la Presidenza della Camera né quella del Senato, e che ha subìto per mesi una campagna di delegittimazione feroce, rinunci, gratis et amore dei, a un candidato “moderato” per il Quirinale.
Insomma, in una situazione in cui il peso dei soggetti politici usciti dalle urne, almeno al Senato, è pressoché equivalente, Bersani dovrebbe spiegare su quali basi sperava di ottenere la collaborazione dei suoi avversari.
Quando si tornerà alle urne, presto o tardi che sia, la crociata della responsabilità indetta dal segretario del Pd potrebbe però rivelarsi un terribile boomerang: con quale spregio degli ideali di pubblica utilità potrebbe infatti rifiutarsi, un giorno, di collaborare con il governo “debole” di uno dei suoi avversari? 

domenica 17 marzo 2013

I discorsi dei re

Ratzinger parlò poco, in un italiano fluente e corretto. Per gli altri due c'è stato bisogno di qualche adattamento. Sul piano della comunicazione... sto dalla parte del "pastore tedesco".

GIOVANNI PAOLO II (1978)
Sia lodato Gesù Cristo! Carissimi fratelli e sorelle, siamo ancora tutti addolorati dopo la morte dell’amatissimo papa Giovanni Paolo I. Ed ecco, gli eminentissimi cardinali hanno chiamato un nuovo Vescovo di Roma! Lo hanno chiamato da un paese lontano, ma sempre così vicino per la comunione nella fede e nella tradizione cristiana. Io ho avuto paura di ricevere questa nomina, ma l’ho fatto nello spirito dell’ubbiedienza verso nostro Signore e nella fiducia totale verso sua madre, Madonna Santissima. Anche non so se potrei bene spiegarmi nella vostra lingua italiana. Se mi sbaglio, se mi sbaglio mi corigerete. E così mi presento a voi tutti, per confessare la nostra fede comune, la nostra speranza, la nostra fiducia alla Madre di Cristo e della Chiesa e anche, e anche a incominciare da nuovo su quella strada della storia e della Chiesa, di incominciare con l’aiuto di Dio e con aiuto degli uomini.

BENEDETTO XVI (2005)
Cari fratelli e sorelle, dopo il grande Papa Giovanni Paolo II, i signori cardinali hanno eletto me, un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore. Mi consola il fatto che il Signore sa lavorare ed agire anche con strumenti insufficienti e soprattutto mi affido alle vostre preghiere. Nella gioia del Signore risorto, fiduciosi nel suo aiuto permanente, andiamo avanti. Il Signore ci aiuterà e Maria, sua Santissima Madre, starà dalla nostra parte. Grazie.

FRANCESCO I (2013)
Fratelli e sorelle, buonasera! Voi sapete che il dovere del conclave era di dare un vescovo a Roma: sembra che i miei fratelli cardinali sono andati a prenderlo quasi alla fine del mondo, ma siamo qui. Vi ringrazio dell’accoglienza, della comunità diocesana di Roma al suo vescovo; grazie e prima di tutto vorrei fare una preghiera per il nostro vescovo emerito Benedetto XVI: preghiamo tutti insieme per lui, perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca (seguono “Padre nostro”, “Ave Maria”, “Gloria al padre”, ndr). Adesso incominciamo questo cammino, Vescovo e popolo, questo cammino della Chiesa di Roma che è quella che presiede nella carità tutte le Chiese. Un cammino di fratellanza e amore e fiducia tra noi. Preghiamo sempre per noi, l’uno per l’altro, preghiamo per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza. Vi auguro che questo cammino di Chiesa che oggi incominciamo e in cui mi aiuterà il mio cardinale vicario qui presente sia fruttuoso per la evangelizzazione di questa tanto bella città. Adesso vorrei dare la benedizione ma prima vi chiedo un favore: prima che il Vescovo benedica il popolo, vi chiedo che voi pregate il Signore perché mi benedica; chiedo la preghiera del popolo e la benedizione per il suo Vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me (segue silenzio, ndr). Adesso darò la benedizione a voi e a tutto il mondo, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà. (segue benedizione, ndr). Fratelli e sorelle vi lascio, grazie tante dell’accoglienza, pregate per me e a presto. Ci vediamo presto, domani voglio andare a pregare la Madonna, perché custodisca tutta Roma. Buona notte e buon riposo!

venerdì 15 marzo 2013

I’ mi son quel ch’i’ soglio


Il cardinale Bergoglio ha scelto di presentarsi al mondo come apostolo del cambiamento. A partire dal discorso d’insediamento, con la richiesta di una benedizione dal popolo e lo spunto sulla collegialità del proprio mandato. Oppure ostentando una condotta parca e per così dire popolare, nei giorni immediatamente successivi. Dopo Ratzinger serviva un pontefice non europeo (il vecchio continente perde cristiani, mentre l’america latina viaggia a ritmi di “crescita” in doppia cifra) e “sopra le righe”, ma l’impressione che ne ho ricevuto è quella di un confuso, telegenico modernismo; e se è vero che è presto per giudicare, è altrettanto vero che le stravaganze della prima ora sembrano piuttosto il segnale di una rottura superficiale, quasi improvvisata, non sostanziale. Come se il vento dell’antipolitica, nulla più, fosse passato sopra il comignolo di piazza San Pietro. Da Giovanni XXIII in poi, infatti, questi atteggiamenti hanno più il sapore della muffa che della novità, tanto da far sembrare davvero rivoluzionaria, al confronto, la composta sobrietà del Papa dimissionario. Anche la scelta del nome è tutt’altro che una garanzia e anzi può risultare ridicola se misurata sulla storia (e dunque anche sul presente) secolare della Chiesa. Insomma i francescani di cui parla Dante nella Commedia dovevano soltanto il nome al frate povero di Assisi, di cui non seguivano le orme, procedendo anzi in senso contrario rispetto agli insegnamenti del maestro: nel dodicesimo del Paradiso sono il “loglio” (la zizzania) dell’orto della Chiesa. Ecco: questo pontefice dovrà allontanare da sé l’ombra di un rima impietosa.

domenica 10 marzo 2013

Scrivere, non cancellare!


Ho sempre amato i muri “imbrattati”. Anche quando chi li imbratta, evidentemente, non è un artista. 
Dunque non mi piacciono soltanto quelli dei palazzacci di periferia, trasformati dall’arte meravigliosa dei murales; ma anche quelli dei palazzi storici del centro, soprattutto quando sono "sporcati" dai rigurgiti di qualche vaga protesta.
Ieri passeggiavo con un amico per via Zamboni – non lo facevo da tempo: sia passeggiare con quest'amico, sia passeggiare per via Zamboni – e mi sono imbattuto in una scritta interminabile, sul fianco intonacato dell’Oratorio di Santa Cecilia: «la legge è illegale», ho letto, sorridendo di gusto.
Poi, procedendo più avanti sullo stesso lato della strada, ho trovato questo: qualcuno, evidentemente, più che aver voglia di lasciare un segno di qualcosa, ha avuto l’arroganza insopportabile di  cancellare il segno di qualcun altro.  


sabato 9 marzo 2013

Una particolare "immunità" parlamentare...


Al momento solo uno scandalo (giudiziario?) ai danni di Grillo o di qualcuno del suo entourage potrebbe salvare destra e sinistra dall'impatto con una forza politica che altrimenti darà filo da torcere (nessuna metafora bersaniana potrebbe essere più azzeccata) per un bel po’. Comunque vadano le trattative per la formazione del governo, infatti, sarà un successo per Grillo. Se Pd e Pdl trovassero l’accordo, Grillo aspetterebbe pazientemente il ritorno alle urne per prendersi una vittoria ancora più clamorosa. Se invece il M5S sosterrà la coalizione Pd-Sel, certamente imporrà condizioni irrinunciabili e farà in modo da presentarsi, domani, al suo elettorato nelle vesti di chi ha dettato la linea. I media ci dicono che la base del Movimento Cinque Stelle sarebbe favorevole alla collaborazione con la sinistra, sul modello di quanto già avviene in Sicilia. Tra le file del blogger, insomma, ci sarebbe una minoranza “rivoluzionaria” e una maggioranza “riformista”. Dialogare a colpi di buone maniere con la sinistra potrebbe servire a pescare, in futuro, anche fra coloro che non se la sono sentita di concedere a Grillo l’onore della preferenza, e che però potrebbero cambiare idea se si convincessero che egli non è il sanguinario di cui parlano gli intellettuali chic in televisione, ma semplicemente un uomo di rottura concentrato sui contenuti e deciso a cambiare il paese. Insomma il “grillismo” ha espresso soltanto in parte il suo potenziale elettorale: a differenza di quanto avviene ai partiti tradizionali, però, sembra essere immune alla regola per cui se prendi a destra perdi a sinistra, e viceversa. 

domenica 3 marzo 2013

Homines novi e corruzione

Se l’uomo è "buono" per natura (e potrei anche essere d’accordo), in politica sia l’esperto che il novizio non si lasciano corrompere. Se invece l’uomo è "cattivo" per natura (e potrei anche essere d’accordo), in politica sia l’esperto che il novizio si lasciano corrompere. L’esperto, però, si venderà meglio. L'aveva capito persino Cicerone, che fu certamente homo novus ma non riuscì mai a diventare optimus.

mercoledì 27 febbraio 2013

Elogio del "se"


So bene che la storia non si fa con i “se”. Ma la storia non passa certo da questo blog, perciò preferisco abbandonarmi ai periodi ipotetici dell’irrealtà, piuttosto che improvvisare inappropriate previsioni sul futuro politico di questo paese. Dunque ci sono diversi buoni motivi per pensare che sotto la guida di Matteo Renzi la debacle elettorale del Partito Democratico sarebbe stata evitata o per lo meno contenuta. Il primo è che Matteo Renzi rappresenta(va) quella spinta verso il cambiamento a cui si sono aggrappati, fuori dal partito e non al suo interno, molti delusi del Pd. Una propensione al rinnovamento che i detrattori hanno brutalmente ridotto a mera questione anagrafica ma che, col senno di poi, dovrebbe essere riconsiderata per quello che era: una lungimirante volontà di addomesticare, includendolo e ammorbidendolo come accade coi vaccini, il germe dell’antipolitica. Il sindaco di Firenze, apostolo clandestino delle destre, è stato inoltre uno dei pochi all’interno del suo partito a respingere fin da subito l’abbraccio mortale con Mario Monti, mentre gli altri aspettavano inerti di sapere da Casini come si sarebbe collocato rispetto alla coalizione di sinistra. Paradossalmente, chi si è battuto, contro Renzi, per tenere lontano il demone del liberismo dal partito democratico, ora dovrà fare i conti con l’appoggio (per altro ininfluente) del centro e delle sue politiche tutt’altro che progressiste e, forse, addirittura con la prospettiva dei “governissimi”. 

martedì 26 febbraio 2013

Il sistema "tribolare"


Secondo un sondaggio Censis riportato dal Corriere della sera più del 40% degli elettori del M5S proviene dall’ormai ex centrosinistra (Pd, Italia dei Valori, Sinistra Arcobaleno). Il dato è impressionante. E del resto spiega l’erosione di voti che hanno subìto tutti i partiti che facevano parte di quella coalizione alle politiche del 2008. Questa tornata elettorale segna infatti il passaggio (storico) da un universo bipolare, che tendeva ad attrarre le realtà politiche meno consistenti, ad un sistema “tribolare”, in cui il terzo polo è veramente terzo e, stando alle premesse, non si lascerà assorbire da una parte o dall’altra. Bersani ha enormi responsabilità sull’esito di questo voto: la sua campagna è stata fin troppo accesa (lo so, quest’aggettivo sembra incompatibile con il vocabolario del segretario emiliano) quando si è trattato di liquidare Matteo Renzi nelle consultazioni interne al partito e troppo blanda quando, dopo le primarie, il partito si è esposto al giudizio degli elettori. Il progetto era chiaro: giocare in difesa e mantenere il vantaggio, ma dimostra un gravissimo deficit di analisi: sarebbe stato percorribile in un discorso a due, con il rivale storico Berlusconi, tra l’altro ai minimi storici di consenso, seguendo la logica, per così dire, del contrasto. Ma di fronte alla straripante officina di Grillo bisognava presentarsi ai cittadini con una comunicazione e, soprattutto, con un pacchetto di idee nette e convincenti, anziché oscillare passivamente tra il corteggiamento al centro e il lavoro di rattoppo con i vendoliani, confidando nel senso di responsabilità degli elettori volatili. Il peccato originale di Bersani, però, è un altro ed è ben più grave: il sostegno ideologico, non solo politico, dato al governo Monti. Ed è un peccato davvero “originale”, perché di fatto manifesta la congruenza delle posizioni del partito con le politiche liberiste del professore. Una parte non trascurabile della fiducia data a Grillo esprime un segnale di “protesta”; il campione del sondaggio Censis, però, ha parlato, in maggioranza, di voto di “speranza”. Da Berlino, poco prima della chiusura della campagna elettorale, Bersani aveva detto che avrebbe combattuto il «populismo e il berlusconismo». Questo non può essere lo slogan di un grande partito di sinistra. Non c’è nessuna speranza in uno slogan come questo. Ma solo il tentativo di ripararsi con l’ombrello da un ciclone. Se c’è bisogno di una nuova Bolognina il partito deve essere chiaro e agire in fretta: altrimenti, lo spostamento a destra che contraddistingue, di fatto, i programmi del Pd finirà per produrre una retorica sempre più flaccida e ipocrita, o ipocrita e flaccida, facciano loro: per dirla con Bersani, il più amaro dei populismi.